Il calcio è passione, aggregazione, spirito di appartenenza. Ma, talvolta, in un cortocircuito di emozioni estreme, può trasformarsi in tutt’altro. L’increscioso episodio verificatosi a margine della partita Gelbison-Messina, che ha visto l’aggressione al sindaco di Vallo della Lucania, Antonio Cammarano, mentre cercava di sedare gli animi dei tifosi della sua squadra, è un campanello d’allarme che risuona forte nell’ambiente del calcio dilettantistico e non solo. Un evento che travalica la cronaca sportiva, toccando temi di ordine pubblico, responsabilità e l’immagine stessa di una comunità.
La notizia, nella sua crudezza, ci restituisce un quadro allarmante. Il primo cittadino, figura istituzionale e rappresentativa, si è ritrovato bersaglio di quella stessa passione che, in un contesto sano, dovrebbe unire. Il suo tentativo di mediazione tra gli ultras della Gelbison e le forze dell’ordine, degenerato in un’aggressione fisica, rivela una tensione palpabile, un nervosismo di fondo che, purtroppo, non è un’eccezione isolata nel panorama calcistico italiano, specialmente nelle categorie inferiori dove i mezzi e le strutture sono meno capillari rispetto alla Serie A.
La Precaria Gestione dell’Ordine Pubblico e il Ruolo dei Dirigenti
Questo episodio solleva interrogativi cruciali sulla gestione dell’ordine pubblico negli stadi, anche quelli più piccoli. Se un sindaco, riconoscibile e agendo in buona fede, viene attaccato, cosa accade ai semplici cittadini o alle forze dell’ordine quando la situazione sfugge di mano? La violenza non è mai giustificabile, e la frustrazione per un risultato negativo o per presunte ingiustizie arbitrali non può e non deve essere la scintilla che accende la miccia di comportamenti inaccettabili. Il calcio, a qualsiasi livello, deve rimanere uno spettacolo, un momento di sano agonismo e divertimento, non un pretesto per sfogare rabbia e aggressività.
Per la Gelbison e per l’intera comunità di Vallo della Lucania, questo episodio rappresenta un duro colpo all’immagine. Il lavoro svolto sul campo, i sacrifici della società, le aspettative dei tifosi più genuini rischiano di essere oscurati da un gesto di pochi. È fondamentale che la società Gelbison prenda una posizione ferma, condannando senza riserve quanto accaduto e collaborando con le autorità per identificare e sanzionare i responsabili. La tolleranza zero verso la violenza è l’unico approccio possibile per preservare l’integrità del calcio e la sua funzione sociale.
Ma al di là della condanna, è necessario andare più a fondo. Cosa spinge alcuni individui a superare il limite? Spesso, dietro questi episodi, si nasconde un mix di fattori: l’esasperazione per situazioni precarie, la scarsa cultura sportiva, l’effetto emulazione e, non ultimo, la mancanza di una dialettica costruttiva tra le componenti del mondo del calcio. I dirigenti, i calciatori, gli stessi tifosi organizzati hanno il dovere di essere educatori, promotori di valori positivi. Quando il messaggio passa attraverso un megafono di violenza, si creano delle crepe difficili da sanare.
Il caso Gelbison-Messina deve diventare un momento di riflessione per tutto il calcio dilettantistico. È necessario rafforzare i controlli, ma soprattutto investire nella prevenzione, nell’educazione sportiva all’interno delle scuole e delle società. Bisogna insegnare il rispetto dell’avversario, dell’arbitro, delle istituzioni. Solo così potremo sperare che il campo da gioco, grande o piccolo che sia, rimanga un luogo dove si festeggia, si soffre, ma sempre nel rispetto delle regole e della civiltà. La presenza di un sindaco sul campo, intento a placare gli animi, dovrebbe essere un’immagine di vicinanza e supporto, non il preludio di un’aggressione. È tempo di riportare il calcio alla sua essenza più pura, quella di sport capace di unire, non di dividere.
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